La viticoltura del futuro è arrivata in Carnia. Forni di Sotto , per due giorni, ha ospitato un simposio dedicato ai vitigni resistenti , allo sviluppo sostenibile e ai nuovi confini enologici.
L’1 e il 2 agosto 2025 produttori, ricercatori, esperti e appassionati si sono dati appuntamento in questo borgo montano, dove la Cantina 837 , è il primo esempio concreto di coltivazione di vitigni PIWI in alta quota in Friuli.
Testimonianze dalla Svezia e dalla Danimarca , tre masterclass e diversi interventi tecnici hanno offerto una panoramica ampia su come applicare una viticoltura sempre più sostenibile , anche in luoghi storicamente non vocati come il Nord Europa o le Dolomiti Friulane.
Questo video di circa 3 minuti e mezzo, registrato prima dell’evento, con Roberto Baldovin della Cantina 837 , è un buon punto di partenza prima di entrare nel vivo delle tematiche proposte
Cosa troverete in questo articolo
Toggle Cosa ci ha lasciato il Simposio sulla viticoltura del futuroLe aspettative non sono andate deluse. Il Simposio “La viticoltura del futuro” ha unito ricerca, racconti, degustazioni e riflessioni in un’atmosfera da laboratorio a cielo aperto.
Questo articolo non è un resoconto completo, non troverete qui ogni intervento, ma un filo narrativo che attraversa tre temi fondamentali:
La lunga strada della sperimentazione – Dalle radici storiche alla selezione genetica contemporanea: un percorso ancora aperto, tecnico e umano insieme.Le nuove geografie della viticoltura resistente – Dalla Carnia al Nord Europa, come i PIWI stanno ridefinendo i confini del vino.Le sfide future – Dalla qualità organolettica alla resistenza, dalla selezione genetica alla zonazione: ciò che resta da costruire.Per proseguire il racconto, una Web Story raccoglie immagini e voci del Simposio: scorci di vigneti, interventi dei relatori e momenti della degustazione dedicata alla viticoltura del futuro .
Un percorso visivo da sfogliare, che restituisce l’atmosfera della giornata e i volti, le parole e i vini protagonisti.
La lunga strada della sperimentazioneIl simposio ha messo in luce quanta sperimentazione ci sia dietro questo tema. Ottenere vini buoni, oggi, con varietà resistenti, è ancora una sfida aperta, che affonda le sue radici nella storia.
Dalla fillossera ai PIWIGià nella seconda metà dell’Ottocento, in Francia, i primi ricercatori – tra cui Planchon e Millardet – salvarono la vite europea dalla fillossera innestandola su portinnesti americani, aprendo la strada a un nuovo approccio alla viticoltura.
Oggi PIWI , acronimo tedesco di pilzwiderstandsfähig (“resistente ai funghi”), indica un filone di ricerca nato in Europa centrale e cresciuto tra gli anni ’60 e ’90 in Germania e Svizzera, con le prime varietà approvate negli anni ’90.
In Italia ne sono protagonisti anche l’Università di Udine e i Vivai Cooperativi Rauscedo (VCR).
Selezione genetica: numeri e tempi lunghiProprio dall’Università di Udine arriva uno dei contributi più significativi alla selezione di nuove varietà resistenti.
Basti pensare che dal primo incrocio alla registrazione ufficiale di un vitigno possono servire più di dieci anni – e che per ogni varietà oggi autorizzata, ne sono state valutate migliaia.
Come è stato ricordato, a Udine si è partiti da oltre 45.000 genotipi, arrivando a registrarne 14 .
Glaurum: la “Glera d’oro” che unisce resistenza e armonia Uno dei progetti più avanzati presentati al Simposio è Glaurum : una varietà PIWI nata da un incrocio tra Glera e Solaris , frutto di un lungo lavoro del CREA – il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria – nel campo del miglioramento genetico.
Dal 2012 sono stati selezionati oltre 44.000 individui, con verifiche genetiche, osservazioni agronomiche e degustazioni cieche.
Glaurum richiede solo quattro trattamenti contro i 16–20 della Glera convenzionale, ma ha mostrato un profilo organolettico sovrapponibile, se non superiore .
“Non ci si aspetta questa armonia da un vitigno resistente. Una qualità inaspettata anche per molti enologi .”
Un risultato possibile solo partendo da numeri molto grandi , anni di osservazioni e tecniche di selezione mirata e un pizzico di fortuna.
Un esempio concreto di come sperimentazione, numeri e pazienza possano far convergere sostenibilità e qualità.
Le Dolomiti Friulane, cornice naturale della manifestazione “La viticoltura del futuro” Nuove geografie della viticoltura resistenteLa viticoltura resistente sta ridisegnando le mappe: oggi, varietà come i PIWI spingono i confini del vino ben oltre le zone tradizionali.Dalle valli della Carnia alle colline del Veneto, fino al 56° parallelo nord , il simposio ha mostrato come il futuro della vite si giochi anche dove, fino a ieri, sembrava impossibile coltivarla.
Carnia: la prima sperimentazione friulana in quota Il simposio si è tenuto a Forni di Sotto, in Carnia, non a caso. È proprio qui che, con la Cantina 837 , è partita la prima sperimentazione friulana in alta quota sui vitigni PIWI.
Un progetto pionieristico che ha aperto la strada ad altre quattro realtà in fase di avvio.
Cantina 837 prende il nome dall’altitudine in cui crescono le sue viti: 837 metri sul livello del mare , in una zona storicamente poco vocata alla viticoltura, ma che oggi dimostra come le varietà resistenti possano spingersi dove prima era impensabile.
Tralci di vite PIWI in maturazione nei vigneti della Cantina 837 Veneto: un cammino lungo, oggi in fase di svolta In Veneto, invece, si comincia almeno 15, 20, o anche 25 anni fa, con piccole prove personali, e che piccole sono rimaste.
La svolta arriva a metà anni 2000 grazie al centro di ricerca della Provincia di Verona a San Floriano – una sede del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università degli Studi di Verona, e soprattutto al centro di microvinificazione di Conegliano, attivo dal 2007.
“Non sono vini che sostituiscono i vitigni autoctoni ”, ha ricordato Emanuele Serafin dell’Osservatorio Permanente Vitis Resistenti, “ma nuove armi nell’ambito della sostenibilità .”
Nel solo Veneto, al 2024, si contano oggi oltre 550 ettari coltivati con varietà PIWI : il segno di un cambiamento già in atto.
Ma la vera sfida, come è stato ricordato, è culturale prima ancora che tecnica. I vitigni resistenti non sono uno strumento da confinare al biologico o alle aree marginali.
Sono – parole testuali – “la vera sostenibilità ”, un’arma per migliorare l’impatto ambientale anche nelle zone già vocate e sensibili.
A patto, però, di non dimenticare che “la vite deve rimanere interprete del suo territorio, fotografia di un territorio tradottta in vino .”
Emanuele Serafin, Osservatorio Permanente Vitis Resistenti, durante il suo intervento al Simposio “La viticoltura del futuro” La nuova viticoltura sostenibile: vini PIWI in Svezia Tra i contributi più sorprendenti del simposio c’è stata l’esperienza della Svezia , dove fino al 2003 non era nemmeno autorizzata la produzione commerciale di vino.
Oggi si contano quasi 200 ettari vitati , soprattutto nella regione costiera della Scania , tra il 55° e il 56° parallelo.
È una viticoltura giovane, che si sviluppa in condizioni ambientali estreme: stagione vegetativa corta, piogge abbondanti, uso limitato di fitofarmaci.
In questo contesto, i vini PIWI rappresentano l’unica via realmente praticabile : varietà come Solaris coprono l’80% delle superfici, grazie alla loro resistenza e semplicità di gestione.
A raccontarlo è stato un enologo italiano che lavora in Svezia: una figura emblematica, in un contesto dove tutto va importato — strumenti, competenze, manodopera.
“Io sono l’esempio di quanto sia difficile: qui dobbiamo importare tutto, anche gli enologi… ”
I PIWI, in questo caso, non sono solo una scelta tecnica, ma anche un modo per emergere : riducono i costi, richiedono meno interventi, e si inseriscono in un mercato attento alla sostenibilità e pronto a riconoscere l’identità di chi osa percorsi alternativi.
“I PIWI sono una delle soluzioni per noi, non l’unica. Ma sono un’arma fondamentale per sviluppare una viticoltura sostenibile anche in climi difficili. ”
Bottiglie in degustazione alla masterclass del Simposio “La viticoltura del futuro” Vini PIWI in Danimarca: nuove opportunità in un clima che cambia Anche in Danimarca , fino agli anni 2000, coltivare la vite era quasi impensabile. Il clima troppo freddo, le piogge frequenti e la brevità della stagione vegetativa rendevano la viticoltura poco praticabile, se non addirittura illusoria.
Ma le cose stanno cambiando.
Negli ultimi trent’anni, il confine della viticoltura in Europa si è spostato di oltre 200–300 km a nord , grazie all’innalzamento delle temperature, alla selezione di vitigni resistenti, e all’impiego di nuove tecnologie agronomiche.
Oggi in Danimarca sono registrati oltre 100 vitigni resistenti , e la vite è diventata non solo coltivabile, ma economicamente sostenibile .
Non si tratta solo di adattamento climatico , ma anche di opportunità enologica: le escursioni termiche, le estati più calde e asciutte, e la precocità dei PIWI favoriscono una buona maturazione e mantengono acidità naturale.
Nella foto sotto, sono indicate le zone dove la vite viene coltivata in Danimarca.
Fonte: Luca Filannino, direttore tecnico, Dyrehøj Vingaard, Kalundborg (Danimarca) – presentazione al Simposio PIWI 2025 La viticoltura del futuro: sfide aperte tra ricerca, clima e identità Uno dei contributi più densi del Simposio è arrivato dal VCR Researc Center (Vivai Cooperativi di Rauscedo) , impegnato da oltre 60 anni nel miglioramento genetico della vite.
Ma molti dei temi emersi hanno riguardato anche altri aspetti trasversali, legati alla qualità, alla sostenibilità e al cambiamento climatico.
Selezione genetica: lunga, costosa, necessaria I PIWI sono uno strumento cruciale, ma non l’unico.
Si lavora su incroci guidati ricorrenti, piramidazione (cioè l’inserimento di più geni nella stessa pianta), selezione clonale e, in prospettiva, anche nuove tecnologie genetiche come le TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita).
“La vite deve tornare a riprodursi per seme, come ogni specie che vuole evolvere ”, è stato detto – ed è esattamente ciò che si sperimenta nei vigneti del VCR.
Tutto questo senza perdere di vista la qualità enologica, oggi confrontata costantemente con varietà tradizionali.
In molti casi, i risultati hanno già dimostrato tipicità, longevità e carattere. Ma il percorso resta lungo, complesso e dispendioso.
Resistere… ma fino a quando? Un altro messaggio importante emerso al Simposio è che la resistenza non è immunità .
Sono stati identificati decine di geni per peronospora e oidio – molti dei quali derivano da specie selvatiche americane – ma nessuno di questi è definitivo.
Il cambiamento climatico gioca a favore dei patogeni : anticipa i cicli della peronospora, rende le infezioni più frequenti e imprevedibili, anche in piena estate.
In questo scenario, usare varietà resistenti è fondamentale, ma non possiamo affidarci a pochi geni isolati .
Serve diversificazione genetica, monitoraggio continuo e ricerca costante.
Non basta resistere: serve anche qualità Avere i geni giusti non garantisce la qualità organolettica del vino. La vera sfida è selezionare varietà resistenti che siano anche espressive, longeve e coerenti con il territorio .
Come è stato detto durante il Simposio: “la presenza dei geni non dà la certezza che la pianta sia resistente. E ancora meno che sia, dal punto di vista enologico, un buon prodotto.”
È un lavoro che richiede tempo, osservazione, e migliaia di selezioni: come nel caso del CREA, che dal 2012 porta avanti un programma ancora in corso.
Legare i PIWI al territorio: la sfida della zonazione A oggi, i PIWI non sono ancora legati a un territorio .
Non esistono cru, zone storiche o aree riconosciute in cui una varietà resistente dimostri con costanza la sua miglior espressione.
Serve sperimentazione e zonazione: la capacità di capire dove ogni vitigno possa davvero dare il meglio. Un passaggio necessario, se vogliamo che questi vini non siano solo “resistenti”, ma anche identitari .
Degustazione di vini PIWI durante “La viticoltura del futuro” a Forni di Sotto Conclusione Questo Simposio non ha dato risposte definitive, ma ha aperto molte strade.
Strade che passano per territori poco esplorati, per incroci genetici e culturali, per vigneti che oggi faticano a farsi riconoscere e domani potrebbero indicare una nuova via.
La viticoltura del futuro, forse, è proprio questa: una ricerca continua di equilibrio tra natura, tecnica e visione . E questa ricerca, a volte, prende forme molto diverse: qui ho raccontato l’incontro con Valperto degli Azzoni , tra vite maritata e bosco sostenibile.
Per continuare il percorso sui vini PIWIDal Simposio sulla viticoltura del futuro siamo tornati sul tema dei vitigni resistenti anche con un taglio più vicino agli assaggi e alle voci dei produttori.
Potete leggere qui l’approfondimento su cosa sono i vini PIWI e perché assaggiarli , nato dagli incontri raccolti a Irresistibile PIWI.
E, per ritrovare il contesto della manifestazione, qui trovate anche l’articolo su Irresistibile PIWI .